Il peso del vuoto

Il peso del vuoto

Da Belluno a Erto in occasione del 50° della tragedia del Vajont

“Una volta c’era tutto, lì …” disse Ezio, “i miei mi ci mandavano, in estate …”
Lessi il messaggio di Francesco: “Si può fare?” E poco più sotto “In occasione dell’anniversario …”



Con Adriano, Angela, Antonella, Bibi, Claudio, Claudio, Elisa, Ezio, Ferdinando, Franca, Francesco, Lorenzo, Maria Luisa, Marisa, Nives, Oriano, Renzo e Valerio, ci siamo trovati chi a S. Lazzaro, chi alle “Caserme Rosse”, tra le 6 e le 6,30, successivamente siamo passati a prendere Nives ad Altedo e Ferdinando a Padova.



Alla fine, sul rimorchio, non c’era più posto per altre bici, le nostre avevano trovato già appesa quella di Luigi, l’autista; alla fine, sul pullman, altri due potevano anche trovare posto ma non avrebbero avuto una bici da montare, che li portasse in questo viaggio.



Mentre il pullman scivolava per la pianura, noi, lentamente, siamo scivolati fuori dalla sonnolenza, solo interrotta, precedentemente, per arrivare ad infilarsi sul pullman.


Quasi quattro ore ca. compreso carico e scarico, per arrivare all’appuntamento con gli amici di Belluno; Bortolo, Beppe, Checco e tutti gli altri che ci hanno insegnato la strada e la storia di questi posti, per fare il giro di oggi. In totale saremmo stati circa una trentina.




In prima mattinata, tutto il paesaggio era avvolto in una fitta nebbia, ci ha riferito Bortolo, mentre si era poi diradata, si è potuto vedere che le nuvole hanno lentamente lasciato posto al sole.



Fino alla diga è venuto anche Luigi, l’autista del pullman, ciclista decisamente allenato.


Poi è tornato a Belluno, per avvicinare il pullman fino a Longarone, per recuperare tempo prezioso per il rientro.




Fino alla diga, abbiamo percorso una bella ciclabile, fra le case, i campi coltivati e poi nel bosco.


Nel frattempo, ai punti di compattamento, Bortolo cominciava ad introdurre il tema della diga, della frana.



Arrivati a Longarone, abbiamo lasciato il corso del Piave, per risalire la valle del Vajont ma non abbiamo potuto vedere il corso d’acqua, in quanto, come abbiamo poi saputo, scorre interrato, sotto alla frana, anzi, per meglio dire, sotto alle frane.


La realizzazione della condotta sotterranea è precedente alla tragedia di circa un anno, ovvero dopo che era caduta la prima frana, visto che questa avrebbe comunque tagliato in due il lago, la direzione decise di far passare, sotto alla prima frana, il corso del fiume, intubandolo.



La salita alla diga, si presentava densa di tornanti, non molto trafficata, con la vegetazione rigogliosa, intorno. Una vegetazione “cinquantenaria”, solo cinquantenaria, si sarebbe distinta, presto.
Beppe guida un gruppo di più ardimentosi, verso delle rampe più significative, Bortolo c’indicherà una salita più lunga ma più tranquilla, oltre che presentarci, fra le attività economiche della valle, quella della lavorazione del legno, riferendosi al tempo in cui le signore vendevano porta-porta degli oggetti lavorati in legno, (come per es. i cucchiai), oppure quella dei costruttori di zattere, di cui è stato istituito un museo, utilizzate un tempo come mezzo di trasporto ed anche per “guidare”, verso il mare, la gran massa di tronchi, dato che per es. è da queste montagne che da sempre, sono arrivati a Venezia, i pali per le fondamenta delle case.



Per una parte del percorso, siamo stati nei luoghi “lavati” dall’onda, provocata dalla frana; dopo il suo passaggio, non rimase nulla, solo la parete nuda, completamente “lavata” di ogni essere vivente, di ogni parte mobile, penso ora, all’effetto di una lancia a pressione …


Arrivando dalle gallerie, ci siamo trovati di fronte al manufatto, mentre ci veniva spiegato che come manufatto in sé, è stato realizzato molto bene, infatti ha resistito benissimo, a delle forze terrificanti, forse 10 volte superiori, a quella della pressione esercitata normalmente dall’acqua.




Appena passate le gallerie, Ezio ha trovato la sua meta, già molto contento per essere riuscito ad arrivare alla diga.


Il resto del gruppo faceva pic-nic più in alto, su una parte delle frana, cominciando a prendere confidenza, con la zona da cui si è staccata la frana stessa, quella notte di ottobre, del ’63.



Bortolo ci parla di una massa di 280 milioni di metri cubi, una massa difficilmente intellegibile, allora per facilitarci e per facilitare chiunque s’avvicini alla cosa, ci ha detto sia stato calcolato che volendo rimuovere tutta la frana, sarebbe necessario far lavorare 100 autocarri al giorno, per settecento anni …!



Questa frana o per meglio dire, questa mezza montagna, piombò nel lago, un lago in cui era stata accumulata una quantità d’acqua superiore ai limiti di 15 metri, che sembra poco se non si considera la vastità del lago artificiale, fatto che non poco aggravò le conseguenze della tragedia.


Riprendiamo a pedalare, passando sulla frana stessa, abbiamo “passato in rivista”, il fronte del movimento franoso, lucido, liscio e inclinato, ci diceva Oriano in pullman, come una lavagna, da dove, come previsto dai geologi, dalla “montagna che cammina”, come la chiamavano da queste parti, si staccò quella cima e crollò nel lago, compatta, alla velocità di 90 km/h … nel museo è conservato il modellino, riprodotto in scala dove si utilizzava del materiale incoerente come materiale di frana, ricostruzione decisamente non rispondente alla realtà …



Dopo quella zona brulla, pedalando in avanti, siamo “rientrati” nel mondo precedente alla frana stessa, infatti nella parte di valle che non è stata interessata né dalla frana che rimosse gran parte dei terreni produttivi degli abitanti di Erto e Casso, né dall’acqua, il mondo è rimasto tale e quale a come era prima di cinquantanni fa.



La montagna cadde nel lago, la sera dell’8 10 63, alle 22,45 ca. da sud verso nord, provocando un onda alta 250 metri, che come prima cosa, spazzò dal pendio di fronte alla montagna crollata, i centri abitati più piccoli, più vicini al lago e poi parte dei centri di Erto e Casso, eliminando una parte dei due paesi, per poi trascinare quello che aveva rimosso, verso valle, fino a scavalcare la diga, piombando nella strettissima valle del fiume, comprimendosi fra le due vicinissime pareti e contro la diga stessa, da dove venne praticamente “sparata” verso valle, come un enorme e potentissima lancia, centrando Longarone, attraversando la valle del Piave e arrivando a portare distruzione, ancora, sulla parete di valle opposta.




Mentre viaggiavamo verso Erto, ci siamo fatti alcune foto, ammirando gli strapiombi e le incombenti forze della natura, dove si potevano notare prossime frane e movimenti d’ ingenti quantità di materiali, abbiamo saputo che tantissimi dei 2.200 morti, morì già a causa dello spostamento d’aria, che dopo il botto terribile causato dall’immane quantità d’acqua, caduta nella valle così stretta, si catapultò verso il paese, anticipando la massa d’acqua stessa; la fine dei loro giorni, arrivò, per molti, nel giro di 3 secondi dal botto, veramente pochi, per tentare una fuga, per sfuggire ad una bomba.



Abbiamo trovato fontane di acqua freschissima e rimesse ancora originarie, ancora non toccate né dall’acqua e neppure dall’uomo, in un caso contenente ancora una vecchissima automobile, una Balilla, forse parcheggiata lì, cinquantanni fa, per essere poi tenuta a disposizione.
Abbiamo potuto visitare una strada di Erto, ancora costruita come era originariamente tutta la cittadina, ossia in pietra, ed in qualche caso, ora, ristrutturata.


Sussulti di vita, sanciti ancora dal poter usufruire, come fatto da noi, della strada che percorre il giro della valle.



Lì abbiamo trovato l’Osteria del Gallo Cedrone, dove ci siamo fermati a bere qualcosa, mentre Bortolo ci raccontava di uno dei suoi primi contatti, da ragazzo, proprio con il gallo cedrone, prima di riprendere le bici, per tornare verso la diga, fermandoci il tempo di uno “scatto” … fotografico, sotto il cartello di Erto.





Ripartiti, ripassiamo allora vicino ai parcheggi, in prossimità della diga, dove ci aspettava Ezio e poi giù, verso Longarone; cioè verso il momento dei saluti, portati ai nostri amici di Belluno, durante i quali, prima che ci “rinfilassimo” nel pullman, ci hanno confidato che lo speravano solo, di poter finire la giornata senza bagnarsi di pioggia! Cosa che forse sarebbe successa loro, dovendo tornare a Belluno, in bici.



Ancora grati e sollevati per la bella giornata, ci siamo adattati ai sedili, per tornare verso Bologna, prendendo, in diversi, dopo poco, sonno.




Mi sono trovato a pensare ai gestori, un tempo ed ora, del nucleare, per es. in Giappone o il nascente sistema idroelettrico in Italia, cinquantanni fa, come fonti d’energia e ai soldi che muovono.


Quando si ha a disposizione l’energia, qualcuno la utilizza, per qualsiasi uso.


Nella seconda guerra mondiale, il Giappone subì la distruzione nucleare, così come probabilmente, l’avrebbe fatta subire ai suoi nemici, se fosse arrivato prima degli altri, alla tremenda arma.


Qualche anno, fa il paese del sol levante, si è trovato a fronteggiare la distruzione data dall’incidente di Fukushima, a seguito del quale, sono rimasti in funzione solo due impianti, rispetto ad una cinquantina, in uso in precedenza; pure, facendo delle scelte, avendo delle priorità e cambiando un po’ lo stile di vita, sono riusciti lo stesso a vivere, in maniera soddisfacente.


Non posso scagliare la prima pietra, verso coloro che decisero, non mi ci sono trovato con i loro punti di partenza, comunque i gestori sono e sono stati espressione delle popolazioni di riferimento, anche se non eletti.
Mi pare che per cambiare le cose, si debba partire da più in basso, davvero da un uomo della strada, più presente e partecipe, altrimenti, gli attuali “profeti”, nel nostro caso, geologi e ricercatori, non verranno ascoltati, come già successo in passato, avendo, per troppi, il peso del vuoto.



I km percorsi, al rientro in pullman, sono stati ca. 48, più di 400, i metri di dislivello.



Marco Frascaroli







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Marco Frascaroli